Z ziemi włoskiej do Polski

Monika Wrzosek-Müller nadesłała do publikacji nieco patetyczny, ale do głębi autentyczny list Paulo Rumiza, włoskiego dziennikarza do premiera Tuska, zawierający wielce trafną analizę sytuacji w Europie.

A tu wersja polska, przygotowana przez Chata GPT

Si tratta di una missiva un po’ irrituale, come ammette lo stesso autore, in cui si appella alla Polonia come una sorta di salvatrice dell’Europa. Un testo dai toni gravi e accorati, che qui riporto. È molto lunga e per questo la spezzo in due parti.

Al primo ministro Donald Tusk, Varsavia

Gentile Presidente, le scrivo perché ancora una volta tocca alla Polonia salvare l’onore dell’Europa. Mi perdoni la lettera irrituale, ma il suo ultimo post — «no one will take seriously a weak or divided Europe» — è stato un segnale impossibile da ignorare. Nel ’39 il suo Paese rimase l’unico con la schiena dritta nella morsa di Hitler e Stalin. Perse tutto, ma non la dignità. Anche l’Inghilterra fu grande, ma poco può dirci la cara vecchia Londra, oggi che si è smarcata dal resto del continente.

Conosco la Polonia, l’ho visitata più volte, mi sono abbeverato alla sua storia. Ho parlato con gli ultimi eroi della rivolta di Varsavia dell’agosto 1944, quando i russi, sull’altra riva della Vistola, lasciarono distruggere la città dai tedeschi, perché mai i polacchi potessero dire di essersi liberati da soli. Sempre ho avvertito nel suo Paese un’energia speciale. La stessa che ha generato Solidarność e abita la parte migliore del Paese, un’energia scomoda, fatta di giovani e di donne, che ha tanti nemici interni e fuori dai confini.

«One for all, and all for one. Otherwise we are finished». È questa la sua conclusione, presidente Tusk. Inconfutabile. Nessuno come chi vive da sempre su una linea di faglia può capirlo. Mi chiedo se Roma, Parigi, Berlino, nelle loro serre riscaldate, se ne rendano conto. Quello che vedo è una fuga indecorosa in ordine sparso. Una civiltà che ha inventato diritti e libertà che vivacchia inebetita senza più consapevolezza del suo ruolo e assiste alla fine velocissima del suo mondo come se la cosa non la riguardasse.

Putin lancia missili fino a sfiorare la frontiera polacca e l’America non si comporta più da alleato, ma da padrone. È questa la realtà, e voi siete in mezzo a questo disastro. Temo, ancora una volta soli come alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Soli, perché oggi come allora, nessuno vorrà battersi per voi. Come allora, i nostri governanti si barcamenano fra un’ipocrisia e l’altra per non dispiacere nessuno, a Est come a Ovest. Mettono in vendita, con il sottosuolo groenlandese, e con sterili proclami pro Kiev, la loro dignità di Paesi liberi.

Per questo Varsavia ha capito che, ancora una volta, dovrà difendersi da sé, rafforzare il suo esercito da sé. Li ho visti i soldati polacchi, nel mio ultimo viaggio a Cracovia. Sono un’altra cosa rispetto ai soldati degli altri Paesi. C’è in essi la consapevolezza di un loro ruolo per l’Europa, che l’Europa stessa ha perduto. Essi mi tolgono dall’imbarazzo di pensare a un esercito Ue a guida franco-tedesca che lascerebbe agli italiani il ruolo di comparse.

Non abbiamo una bandiera in cui credere, e senza la bandiera di una patria europea non vi può essere nemmeno un esercito europeo. È inutile rafforzare le spese militari senza quella bandiera. E noi ci ritroviamo con al vertice una presidente della Commissione che Trump non ha mai incontrato né nominato, e che Putin deride letteralmente, e accetta la parte di comparsa, travestendo di strategia la sua irrilevanza politica.

Quando lei parla, signor presidente, si avverte la gravità del momento. Non così con Macron, che si atteggia a statista a singhiozzo e, per paura di qualche trattore, arretra davanti a un accordo agricolo che avrebbe rotto l’isolamento dell’America Latina, nostra sorella di lingua e cultura. Non così Meloni, cui non dispiace un presidente americano così apertamente antidemocratico e antieuropeo. Non così Merz, ossessionato dal deficit, che non si accorge di perdere contro l’avanzata dei neonazisti.

In un’intervista rilasciata alla BBC il presidente polacco Nawrocki ha dichiarato che Trump è l’unico leader che può porre fine alla minaccia russa.

Riagganciandomi alla lettera di Rumiz è evidente come in Polonia oggi ci siano due forze opposte e contrarie. La prima è quella di Tusk, disillusa nei confronti dell’amministrazione Trump, l’altra è appunto, quella di Nawrocki.

Gli Stati Uniti per la Polonia sono stati qualcosa di più di un semplice alleato. Sono sempre stati L’Alleato. Quello che l’ha aiutata a tirarsi fuori dal giogo sovietico, il modello a cui rifarsi nel momento della transizione, la garanzia di sicurezza che permetteva di dormire sonni tranquilli.

L’arrivo di Trump ha messo in discussione tutte queste cose. Intendiamoci, gli Stati Uniti continuano a rifornire la Polonia di armi, e i soldati americani sono ancora qui. La loro solo presenza funge da deterrenza da qualsiasi avventura di Putin da queste parti.

Il punto è che la Polonia si trova anche in Europa, anzi è il Paese capofila della nuova Europa, quella che dal 2004 in poi ha cambiato completamente volto. Negli ultimi anni è diventato esercizio sempre più complicato aumentare il proprio peso specifico a Bruxelles e allo stesso tempo tenere rapporti solidi con Washington.

Trump è intervenuto a gamba tesa proprio su questo aspetto. La guerra in Ucraina è ovviamente un tema enorme. Tusk ha dovuto fare diverse volte buon viso a cattivo gioco di fronte alle giravolte trumpiane.

Il filo già sottile rischia però di spezzarsi definitivamente davanti alla questione della Groenlandia. Se accadrà (uso ancora il se perché sono un inguaribile ottimista), sarà il punto di non ritorno in cui le due Polonie, verranno definitivamente a collidere.

Sì, perché la fine della NATO porrà la Polonia di fronte a una questione esistenziale. Schierarsi con gli alleati europei o decidere di diventare il 51esimo stato (anzi, a quel punto il 52esimo) stato americano? Senza la NATO e la presenza dei soldati USA le possibilità di una guerra a Varsavia aumentano esponenzialmente. Ricordo sempre che siamo l’unico Paese (uso il noi, perché dopo aver vissuto un terzo della vita qui un po’ polacco mi ci sento) che confina direttamente con Russia, Bielorussia, e Ucraina.

Sarà qui che le due Polonie collideranno in modo ancora maggior rispetto a quanto fatto finora. Gli esiti impossibili da prevedere.

Leave a comment